La mia esperienza da sommelier al Festival del Franciacorta

22 Maggio 2017 - Evento Franciacorta 10Eccomi a parlare della seconda tappa italiana del Festival del Franciacorta che quest’anno si è svolto a Pesaro, nella suggestiva cornice di Villa Cattani Stuart.
Una location meravigliosa, un evento davvero ben curato, ottimi vini (ovviamente!!) e, fortunatamente, anche splendide condizioni meteorologiche: queste sono state le premesse per un successo davvero considerevole.
Centinaia di appassionati, curiosi, addetti ai lavori ed organi di stampa, infatti, hanno animato questo lungo pomeriggio (dalle 16:00 alle 21:00 inoltrate) di seminari e degustazioni.

Avrei dovuto partecipare con accredito stampa, ma l’inaspettata e piacevolissima chiamata da parte del Gruppo di Servizio AIS di Ancona mi ha portato “dall’altro lato della barricata”…e così, dopo quasi due anni dall’ultimo servizio svolto in Italia, ho indossato nuovamente gli abiti “da lavoro” e dato il meglio di me per parlare della Cantina Uberti e dei suoi vini in degustazione.

E’, infatti, questa l’azienda che mi è stata assegnata e il cui banco di degustazione ho presidiato con piacere ed anche una certa soddisfazione, dato che sono stati in molti a “farmi i complimenti” (tra cui anche l’inviato del Resto del Carlino), a dirmi che i prodotti di questa cantina sono stati i migliori di quelli in degustazione oppure a concludere il proprio giro, ritornando per un secondo assaggio in grado di farli accomiatare con “la bocca buona”…

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Per me è stata anche l’occasione per incontrare alcuni colleghi che non vedevo da prima della mia partenza per il mio anno e mezzo norvegese e per conoscere i titolari della Cantina Uberti, assaggiare il loro Extra Brut Francesco I e il loro Saten Magnificentia, millesimo 2011.

Ho, inoltre, avuto il piacere di scambiare quattro parole con il mio “vicino di banco”: il titolare della Tenuta Montedelma, che mi ha anche gentilmente omaggiato di una bottiglia, che aprirò in un’occasione speciale.

22 Maggio 2017 - Evento Franciacorta 4Mi sono anche divertito osservando, col passare del tempo, gli effetti dell’alcol sulle persone…in particolare ho dovuto interagire con “personaggi” che mi hanno fatto anche un po’ sorridere: dal “cumenda” che cerca di fare l’esperto per far colpo su una donna (non italiana), notevolmente più giovane di lui, alla sommelier che si presenta in divisa di rappresentanza e sentenzia che la bottiglia ha probabilmente un qualche difetto (quando non è assolutamente così), fino all’esperto di storia che non perde l’occasione per sfoggiare la propria erudizione, in un contesto non propriamente adatto… C’è anche il fenomeno di turno che vuole mettere in discussione i nomi delle etichette, cercando di innescare inutili diatribe, quando ormai anche l’ultima bottiglia è giunta agli sgoccioli…

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Insomma, un panorama umano davvero eterogeneo, così come estremamente varie possono essere le sensazioni che le bollicine sono in grado di trasmettere…

Così apparentemente simili tra loro, almeno per quanto riguarda il metodo di produzione, ma così grandemente differenti una volta nel bicchiere.

Un pomeriggio di studio, approfondimento, degustazioni e confronto (senza prendersi eccessivamente sul serio) che mi auguro possa ripetersi quanto prima e divenire appuntamento fisso nella nostra Regione.

Il mio Natale 2016…a cavallo tra Italia e Norvegia

Anche quest’anno le vacanze di Natale sono passate. Tutti o quasi, torniamo a lavoro con qualche kilo in più ed un pizzico di tristezza per questi giorni volati troppo rapidamente.
Mi ero ripromesso di fare un pezzo per parlare del Natale in Norvegia, ma, ovviamente, non cel’ho fatta ed approfitto ora del volo aereo di rientro per buttare giù qualche riflessione…

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Il Natale (“Jul” in norvegese) è sicuramente la Festa più importante ed il suo spirito cala sulla vita di tutti i giorni subito dopo Halloween. Già dai primi di Novembre, infatti, nei supermercati si iniziano a trovare i tipici biscottini di Natale (Småkaker), che, da tradizione, sono di 7 tipologie diverse (il pepperkake – l’omino di pan di zenzero- è probabilmente il più popolare di questi) e tanti altri prodotti vengono “vestiti a festa” con l’etichetta natalizia (la birra, ad esempio, diventa “Juleøl”, cioè Birra di Natale).

Verso la terza settimana di Novembre, iniziano gli “Julebord”, ovvero le “tavolate di Natale”: cene coi colleghi di lavoro, del gruppo di ballo, di sport, corso di studi, ecc… Queste cene proseguiranno fino a ridosso del Natale e riprenderanno a Gennaio dove, di solito, coloro che non hanno potuto prima, come ad esempio i lavoratori del settore della ristorazione, avranno modo di fare la propria “cena di Natale”.

Tra il 23 ed il 25 Dicembre è silenzio assoluto: i famigerati mercatini di Natale chiudono i battenti e tutti trascorrono le feste in famiglia.
I bambini aspettano i regali portati da Babbo Natale (che viene dalla Finlandia) e gli adulti si dilettano a mangiare i piatti tipici della tradizione e bere birra ed Acquavit (distillato di patate aromatizzato con semi di cumino, anice, aneto, finocchio e coriandolo).
La Multekrem, un dessert fatto di more artiche e panna montata, non deve mancare.

Il 26 Dicembre ed il 6 Gennaio non sono festivi.

Il presepe non c’è e l’albero di Natale la fa da padrone: generalmente fresco (difficilmente il norvegese medio acquista un albero di Natale sintetico, da riutilizzare più volte), lo “juletree” viene addobbato e sistemato nella stanza più importante della casa, in modo da potervi ballare e cantare attorno, tenendosi per mano. Generalmente all’interno delle abitazioni private l’albero viene allestito solo un paio di giorni prima del Natale e ha una vita breve: sarà infatti rimosso pochi giorni dopo.

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Un gioco simpatico di questo periodo consiste nel costruire della villette in miniatura con biscotti alla cannella, da attaccare assieme grazie alla pasta di zucchero e decorare con smarties e zuccherini. E’ una vera e propria sfida, ma l’esito finale è sempre lo stesso: prendere a picconate tutte le abitazioni costruite e mangiarle…

Sempre a proposito di mangiare, uno dei piatti tipici del Natale è il “risgrøt” (che, ovviamente, in questo periodo diventa “Julegrøt”): riso bollito nel latte e, una volta impiattato, condito con burro, cannella in polvere e zucchero. Decisamente qualcosa di poco consueto per noi latini e dalla consistenza non proprio appetitosa…
Pur avendolo mangiato ben due volte, non ne sono rimasto propriamente innamorato, ma ho conosciuto molte persone che ne vanno matte.
La cosa simpatica è che, nel periodo natalizio, si è soliti nascondere una mandorla all’interno di uno dei piatti di Julegrøt: il fortunato che la troverà riceverà un premio.

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Altri piatti tipici del Natale, oltre al Pinnekjøtt di cui avevo già scritto (e qui trovi il post), sono il Ribbe (pancetta di maiale arrosto, di solito servita con crauti e patate bollite, salsicce di Natale, polpette di carne e salsa) ed il Lutefisk (stoccafisso che è stato a mollo in acqua e soda caustica per poi esser cotto al forno). Non avendo ancora avuto modo di assaggiare questi piatti, mi riservo, eventualmente, di parlarne più approfonditamente in futuro.

Per quanto riguarda i salumi, oltre ai salami di renna, alce e balena (in vendita un po’ sempre per la verità), una specialità è il fenalår, la coscia salata ed essiccata di agnello, oltre al fårikål, cioè agnello bollito con cavoli e pepe in grani.

Oltre allo Julebord del posto in cui lavoro, svoltosi presso il Ladegård, un bellissimo edificio risalente agli inizi del 1700, pochi giorni prima avevo avuto il piacere di essere ospite dell’Ambasciatore (Dott. Giorgio Novello) e della sua consorte presso l’Ambasciata Italiana in Norvegia, per un cocktail di Natale.

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Quello del 2016, dunque, è stato per me un Natale speciale, celebrato con stile sia in Norvegia che in Italia. Non sono mancati torroni, panettoni, ma anche salmone e patate dolci, per vivere al meglio quanto di buono abbia da offrire il posto in cui ci troviamo.

E voi invece? Come avete festeggiato? E che cosa non può assolutamente mancare sulle vostre tavolate a Natale?

In attesa di leggere i vostri commenti qui, o sulla nostra pagina Facebook, vi auguriamo un buon anno…o anche, “Godt Nyttår”!!

“Ma se non basta….??!?”

Ma se poi non basta?!?”

Ecco una domanda che tutti gli amanti della buona tavola in #Italia si fanno spesso quando devono ricevere ospiti a casa per un #pranzo o una #cena in compagnia.

Soprattutto in questo momento dell’anno e particolarmente al centro/sud Italia, il periodo che va dall’8 Dicembre al 7 Gennaio è quello che maggiormente mette alla prova la capacità di resistere alle famigerate “#abbuffate“.

In generale, tuttavia, in Italia è molto importante il momento del pranzo in famiglia, soprattutto durante il week end quando possiamo stare un po’ più tranquilli e goderci con calma un buon pranzetto.

Ma avete mai pensato a tutti i preparativi del pranzo della domenica?

Bisogna decidere il menù, fare la spesa, pensare alla “mise en place”, i vini da abbinare al cibo e così via….

Quando poi a preparare il pranzo è un’abruzzese (ma anche una campana, una pugliese o una siciliana…) vi troverete inevitabilmente ad ascoltare la fatidica frase: “e se poi non basta???”

Noi italiani cresciamo con i pranzi in famiglia e con gli amici. Amiamo la compagnia e non vogliamo far mai brutta figura. Per questo motivo, anche se è tutto pronto, ogni volta che invitiamo qualcuno a pranzo o cena prepariamo sempre qualcosa in più (meglio che avanza qualcosa) perché non si può mai sapere…

E così ti trovi davanti un pranzo degno di questo nome con antipasti (qualcosa di semplice per placare lo stomaco)…  antipasto

 

 

 

 

 

Due diversi primi (uno non basta perché…”se poi non gli piace, che fa? non mangia??”)…

Un secondo abbondante con uno o due contorni (patate ed insalata, ad esempio)…

secondo-e-contorno

 

 

 

 

 

 

Per finire: frutta, dolce, caffè ed ammazzacaffè.

Se tra i commensali c’è qualcuno dai gusti difficili, inoltre, la brava cuoca ha già pronto in frigo un tradizionale tagliere di formaggi e salumi per far fronte a ogni evenienza proprio perché mentre si occupava dei preparativi ha pensato: “e se poi non basta?”

tagliere
E voi quando invitate amici o parenti a pranzo come vi comportate?

A.A.A. Vino rosso per il Senegal cercasi!!

La vita è fatta di contatti, lo sappiamo tutti, no?!? Quanto migliori sono questi contatti tanto migliore sarà anche la qualità della nostra vita.
Una cosa di cui sento di potermi vantare è che, per la stragrande maggioranza dei casi, le persone che mi hanno davvero conosciuto e con cui ho lavorato (anche in ambiti e contesti diversi) generalmente conservano di me un buon ricordo.

Per questo motivo, anche se magari è difficile riuscire a sentirsi spesso, certi rapporti si protraggono nel tempo.

Senegal flagCosì, con grande piacere, qualche giorno fa ho risentito un ex collega di qualche anno addietro che mi ha raccontato di come abbia avviato una bella collaborazione con un suo amico avvocato il quale ha messo in piedi una Società di Import-Export in Senegal, assieme ad un ex calciatore senegalese, che ora lavora per il governo del suo Paese.
Questi signori hanno trovato dei canali importanti per esportare prodotti Made in Italy in quella zona del continente africano e ora stanno cercando del vino rosso per alcuni ristoranti e alberghi. A garanzia, hanno lettere di credito della banca Unicredit.

Il Senegal è un paese musulmano moderato e, da ex colonia francese, è molto frequentato da turisiti e uomini d’affari europei.

Mi è stata, quindi, commissionata una consulenza: devo trovare un’azienda che sia in grado di soddisfare tutta una serie di requisiti, che ora passo ad elencare:

  • tipologia di vino: rosso,
  • costo a bottiglia: max 1,70 euro,
  • packaging abbastanza curato (anche l’occhio vuole la sua parte),
  •  quantità di prodotto: necessario per riempire un container da 20 piedi (vale a dire, circa 9.000/10.000 bottiglie),
  • etichetta con un nome italiano, possibilmente abbastanza evocativo della nostra Nazione o di una specifica zona (insomma, deve richiamare chiaramente l’Italia),
  • tappo in sughero o in silicone,
  • cartoni da 6 o 12 bottiglie l’uno, su pedane, in pallet incellofanati.

SenegalE’ importante che l’azienda possa dare l’esclusiva per il Senegal e, possibilmente, anche per il Gambia e la Guinea (o Guinea Conakry).
Si ricerca un’azienda che possa garantire standard qualitativi e produttivi costanti, dato che l’obiettivo è di 7 container all’anno.

Il caricamento verrà effettuato direttamente presso la cantina e la merce partirà da Civitavecchia alla volta di Dakar, dove si trova il centro deposito e smistamento, il 15 settembre p.v.

La tempistica, quindi, è abbastanza breve.

Per ulteriori informazioni e per proporre i propri prodotti, potete scrivermi direttamente a info@culturagroalimentare.com

“La mia su….” Cuochi, guru della cucina e trasmissioni televisive

Masterchef”, “La prova del cuoco”, “Cotto e Mangiato”, “I menù di Benedetta”…

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Alzi la mano chi non ha nemmeno sentito, anche solo per sbaglio, almeno una di queste trasmissioni.

E’ lo show business…applicato ai fornelli!

Dai libri di cucina, talvolta scritti a mano e conservati gelosamente dalle nonne, alle enciclopedie di , fino ad arrivare a Carlo Cracco e a tutti gli “entertainer” che oggi imperversano in televisione.

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Nel progettare le cucine dei ristoranti, l’attuale tendenza è sempre più quella di far sì che queste siano “a vista”, permettendo così ai clienti di osservare ciò che lo chef col suo team stanno realizzando e valutare l’igiene e la pulizia.

La curiosità di conoscere il “dietro le quinte” in questo mondo così morbosamente voglioso di spiare dal buco della serratura, un po’ in stile “Grande Fratello”, è alla base del successo di Hell’s kitchen che ha creato il mito di Gordon Ramsey, personaggio controverso, capace di servire piatti contenenti carne anche a vegetariani. Egli, oltre che il mito, è anche l’incubo della maggior parte delle trasmissioni televisive incentrate sulla cucina.

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Ma perché questa spettacolarizzazione dell’arte gastronomica? E, soprattutto, siamo in grado di distinguere l’arrosto dal fumo?

La globalizzazione e le numerose scoperte in ambito scientifico (pensiamo anche solo all’introduzione del forno a microonde, ormai immancabile nelle nostre case), oltre ai nuovi costumi alimentari (vegan e paleo su tutti), han fatto sì che la mole di informazioni in campo nutrizionale e gastronomico sia diventata talmente ampia da non esser più gestibile.

Un po’ come con le diete: a zona, digiuno controllato, dissociata, iperproteica, degli antizuccheri, del minestrone, ecc…

Tutto è relativo: conta solo ciò che “fa bene”; ma chi è che decide ciò che fa bene e ciò che, invece, è peccato mortale?

Sembra quasi di trovarsi a passeggiare il sabato pomeriggio lungo il corso principale di una delle grandi città italiane: centinaia di voci si alternano, provando a sovrastarsi, senza che sia possibile capirne il senso…è una gara continua a chi “urla più forte” per farsi ascoltare.

Dalla novelle cuisine, alle mini porzioni, dagli spiedini di insetti alla cucina molecolare: tutto è lecito, pur di attirare l’attenzione; e così imperversano libri, programmi tv, videocorsi, pagine facebook, hashtag provocatori e chi più ne ha più ne metta…

Alla fine però, di solito, “vince” chi la spara più grossa, riuscendo a catalizzare per qualche minuto l’attenzione del grande pubblico su di sè. Tanto, presto o tardi, ci si dimenticherà di ciò che è stato detto…

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Non è necessario essere tecnologi alimentari per capire, almeno a grandi linee, quale sia il percorso che porta una materia prima a diventare prodotto finito o componente di un altro alimento. Internet mette a disposizione ogni sorta di informazione: dalla chimica alla microbiologia, passando per gli enzimi con i loro processi metabolici. Evitiamo, quindi, di farci impressionare da questi personaggi, comunque umani e, quindi, soggetti all’errore (o ai loro interessi…?) che i media ci propongono sempre più spesso come guru o come artisti geniali, con licenza di “creare”…

Ciò vale anche per le guide dei vini: personalmente l’unica di cui realmente mi fido è quella scritta grazie alla mia personale esperienza di tutti i giorni. Non per presunzione, ma perché, in fin dei conti, un vino (così come un piatto) sono io che lo andrò a degustare. Con questo non dico di essere il portatore della verità, ma solo che ognuno di noi, se adeguatamente preparato, curioso e critico, può, con l’esperienza, imparare a distinguere ciò che è valido da ciò che non lo è e riconoscere chi è realmente competente e credibile da chi, invece, ci sta solo vendendo aria fritta.

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La conoscenza rende liberi“, diceva Socrate, ma anche schiavi, aggiungo io, poiché non ci permette più di “spegnere il cervello” e far sì che siano “altri” a decidere per noi; l’unica possibilità che abbiamo per non farci raggirare da questi personaggi, sempre più costruiti ad arte per rispondere all’esigenza di spettacolarizzare anche uno spaghetto al pomodoro o un petto di pollo alla piastra, è quella di informarci, leggere, viaggiare, documentarci e provare ad acquisire competenze e sviluppare almeno un po’ di spirito critico.

Sia chiaro: io adoro questo tipo di trasmissioni. Le reputo divertenti e ricche di spunti interessanti, ma prendo con le pinze tutte le affermazioni di carattere “assolutistico” o gli atteggiamenti autoritari di certi personaggi. Non ho mai amato l’ipse dixit.

Il politico e gastronomo francese Jean Anthelme Brillat-Savarin, nella prima metà del 1800 divenne celebre per la frase “dimmi ciò che mangi e ti dirò chi sei”, aggiungendo anche che “il gusto, così come la natura ce l’ha concesso, è ancora quello tra i nostri sensi che, tutto ben considerato, ci procura il maggior numero di godimenti” e allora, pur con tutta l’apertura mentale e la voglia di sperimentare e provare cose nuove, perché permettere ad altri, magari autentici cialtroni, di scegliere per noi questi piaceri?